Una recensione (onesta) di PSM

Disclaimer: l’autore di questo articolo fa parte della redazione di The Games Machine, ma qui scrive a titolo puramente personale. Nel pezzo non saranno fatti confronti fra le due riviste se non su caratteri puramente oggettivi (prezzo e dimensioni).

Fra chi segue un po’ più da vicino l’ambiente della stampa videoludica ha di recente suscitato un certo rumore il rilancio di PSM (anche nota come PlayStation Magazine), storica rivista italiana dedicata alle varie scatolette di Sony nata nel 1998. Vero pilastro dell’informazione videoludica in Italia fra la fine degli anni Novanta e il Duemila, in tempi più recenti ha avuto una storia abbastanza burrascosa, con un tentativo di rilancio non andato benissimo; ma la forza di un nome è sempre potente, e quindi ora rieccola apparire sugli stand delle edicole. Ora, va detto che la comunicazione che ha circondato questa operazione non è stata fra le più apprezzate da parte degli altri addetti ai lavori: fra strillo di copertina che promette “le recensioni più oneste” e uscite a dir poco discutibili sul profilo Facebook del redattore John Kaminari, di motivi per alzare le sopracciglia ce n’erano sicuramente. Ma è innegabile che da parte del sottoscritto c’era anche una certa curiosità: un po’ perché le riviste di videogiochi sono ormai bestie rare, e un po’ perché la PSM dell’era 2005-2007 era una lettura regolare per il Marco di tanti anni fa. E poi, l’idea di venire a parlarne su questi lidi mi stuzzicava. Quindi eccomi qua con la mia recensione (onesta) di PSM.

CHI SI RIVEDE

Partiamo dalle caratteristiche esterne. La rivista costa 9,90€ per 113 pagine; un prezzo sicuramente non basso, se si considera che il numero 401 di TGM costa 5,90€ per 98 pagine. Non posso ammettere di essere un grande esperto di riviste, ma prendendo due esempi fuori dai videogiochi che conosco, Internazionale costa 4,50€ per una lunghezza paragonabile, mentre Limes costa 15€ per dimensioni decisamente più importanti; quest’ultima però non ha pagine a colori, che in sede di stampa hanno il loro costo. Chiaramente con questa osservazione non è mio interesse fare i conti in tasca a nessuno, né all’editore Sprea e alla redazione, che avranno basato questo prezzo di copertina su considerazioni in cui non è mio interesse mettere becco, né a eventuali acquirenti; se PSM vale o meno 10€ è materia troppo soggettiva per essere trattata in questa sede. Proseguiamo con la copertina, opera di Jacopo Camagni, che nel lontano 1999 fu anche il primo artista italiano a disegnare l’artwork di copertina di un numero di PSM. L’artwork è decisamente di ottima fattura e riprende quello della prima uscita di PSM, allora dedicata a Resident Evil 2. Per quanto riguarda il corpo redazionale, questo è composto da Carlo Chericoni (editor anziano), Luca Carta (coordinamento redazionale), Diego Malara (editor saggio), Sergio Pennacchini (editor vincente), Francesco Serino (editor espertone), John Kaminari (nippo editor), Gabriel Galliani (editor a sorpresa) e Giorgio Meo (redattore grafico). Tutti membri della redazione originale.

La rivista, dopo l’editoriale di rito già circolato sui social, ampiamente commentato altrove e su cui mi limiterò a dire che i puntini di sospensione vanno usati con cognizione di causa, si apre con la sezione Monitor Now, dedicata a novità dal mondo dei videogiochi: ci troviamo un’anteprima di Resident Evil 4 VR su PSVR2, una rapida panoramica sul PlayStation Portal (“il dispositivo di cui non si sentiva la mancanza”: se manco a PSM fa impazzire…), Broken Sword: Parzival’s Stone, Hotel Barcelona (molto figo l’artwork annotato di Swery65!), una Top 9 degli hotel preferiti di PSM e un’anteprima del gioco indie Pizza Possum. Segue poi una serie di pagine dedicate alla nostalgia, fra il 1998 videoludico in Giappone (incredibile pensare che allora King of Fighters vendeva più di Tekken!), i primi tempi di PSM (causa il repentino innalzamento del sopracciglio il sottotitolo che ci dice come allora era “tutto più semplice”), una carrellata di periferiche quantomeno bizzarre, la top 10 di PSM 1998, e altro ancora dedicato all’anno in cui l’Italia perse ai quarti di finale.

Si passa poi alle famose recensioni “più sicure, oneste e imparziali sul pianeta Terra”: Final Fantasy XVI, Armored Core 6, Baldur’s Gate 3 e Mortal Kombat 1. Al di là del carattere provocatorio e per fini di marketing dell’affermazione, non è ben chiaro in che cosa queste recensioni dovrebbero essere le più oneste e soprattutto le più imparziali: la recensione di Final Fantasy XVI, per esempio, è una disamina molto parziale (inteso come “di parte”, non come “incompleta”) visto che il recensore, John Kaminari, ritorna spesso sulla sua delusione per la decisione da parte di Naoki Yoshida, nuovo astro emergente di Square Enix e già responsabile della rivitalizzazione e dello spettacolare successo di Final Fantasy XIV, di allontanarsi dalle meccaniche tradizionali della serie per puntare più verso la spettacolarizzazione degli scontri e della narrazione. Non c’è ovviamente nulla di male nel pensare che questo Final Fantasy non sia ciò che si vorrebbe dalla serie di Square Enix né c’è nulla di male nel basare il proprio giudizio in sede di recensione su questo; ma resta, come tutte le recensioni, una valutazione personale e sicuramente non “imparziale”.

Qualche osservazione anche sulla recensione di Baldur’s Gate 3, che se da un lato trasmette bene quanto Francesco Serino si sia divertito con l’ultima produzione di Larian, risulta un po’ sbrigativa; mi aspetto che un 10 venga giustificato e raccontato in maniera un po’ più ampia di quelli che a occhio, escludendo i vari box informativi che però spesso parlano di altro, sono circa 6-7000 caratteri. Per dare un riferimento, questo articolo è lungo poco più di 9500 caratteri. Si chiude con Mortal Kombat 1 di Gabriel Galliani; una recensione puntuale ma che come tutte le altre soffre di una certa formulaicità. Si parla tanto di meccaniche di gioco, di come funzionano e se sono piaciute al recensore, che per carità va pure bene ma considerato anche il tempo che si sono presi prima di uscire con questi pezzi (giustamente, credo che il rush per uscire entro l’embargo sia una delle cose più dannose sia per i giudizi espressi nelle recensioni che per i recensori stessi) forse si poteva fare qualcosa di più, raccontare di più i vari giochi, andare oltre la classica recensione che ti spiega come funziona il gioco, ti dice se queste meccaniche vanno bene o vanno male, e finita lì. Ma questo è un giudizio personale. So che alcuni quando leggono questo genere di contenuti apprezzano una spiegazione dettagliata dei sistemi del gioco, mentre io trovo l’eccessivo dettaglio superfluo in un’era in cui nel giro di pochi secondi posso trovarmi davanti video che oltre a spiegarmeli me li mostrano anche, rendendone molto più immediata la comprensione rispetto alla parola scritta.

Alle recensioni segue un esperimento particolare, definito The Ring, in cui due giochi indie dello stesso genere vengono messi a confronto invitando i lettori a decidere quale dei due “vince”. In questo caso i due giochi sono Chained Echoes e Sea of Stars; vedere quest’ultimo messo al centro di un altro “dibattito” non può che farmi sorridere se penso che di recente John Kaminari è stato a sua volta coinvolto in una discussione a distanza con Giulia Martino, apparentemente colpevole di aver dato a Sea of Stars un voto troppo elevato nella sua recensione pubblicata su multiplayer.it (personalmente, penso che sia fuori dai confini del reale credere che sia necessario aver giocato Chrono Trigger per poter decidere se un JRPG uscito nel 2023 è bello o no, e Chrono Trigger è uno dei miei giochi preferiti di sempre). Al di là di questo, se da un lato il The Ring farà sicuramente un buon lavoro nell’accendere il dibattito presso i lettori, dall’altro non sono sicuro che spingere sulla retorica della contrapposizione diretta sia ciò che dovrebbe fare qualcuno che si occupa di critica dei videogiochi; anche se, per carità, qui siamo di fronte a un caso relativamente innocente.

TEMPI ANDATI

La seconda metà della rivista è in gran parte dedicata al passato, con l’unica eccezione dell’anteprima di Persona 5 Tactica. I dossier e gli speciali sono tutti interessanti e di buona fattura: segnalo in particolare le ben dieci pagine sulla saga di Resident Evil seguite da qualche pagina di excursus sugli horror in generale, le otto pagine dedicate alle caratteristiche tecniche della PSX di cui un paio dedicate alla pirateria sulla scatoletta grigia (occhio che la SIAE non vi veda mentre le leggete!), le sei pagine su Legacy of Kain e la retrospettiva sulla serie di JRPG The Legend of Heroes: Trails in the Sky, che può beneficiare di qualche parola da parte del padre della serie Toshihiro Kondo. Chiudono la rivista due pagine dedicate al gioco da tavolo di Resident Evil, e altre due sui cabinati arcade.

Quanto state per leggere in in questa box è un’aggiunta successiva al pezzo. Doverosa, dato che è emerso che almeno una parte degli speciali (e a questo punto qualche dubbio emerge anche sul resto, dato che non sono firmati) non sono materiale prodotto dalla redazione di PSM ma traduzioni di vecchi articoli di Retro Gamer. Nulla di illegale per carità, visto che i diritti sono sempre di Sprea. Ma di sicuro non una bella mossa.

Dunque, che pensare di questo primo numero di PSM? Intanto, che leggendolo è molto chiaro quale sia il suo target: sebbene la redazione non si sia dimenticata di trattare temi e giochi più vicini ai giorni nostri, il peso che viene dato al passato è sicuramente molto più importante. Si nota, tra l’altro, anche nel puro conteggio della pagine. Come già accennato, fa un po’ strano vedere quanto rapidamente viene sbrigata la recensione di Baldur’s Gate 3 per poi trovarsi fitti paginoni dedicati a Resident Evil e Legacy of Kain, e non perché questi ultimi non se li meritino. Per carità, era già chiaro fin dall’annuncio che questo rilancio di PSM sarebbe stato un’operazione nostalgia, e nelle pagine della rivista ne troviamo solo conferma: si parla tanto, tantissimo del passato, talvolta con vena anche un po’ critica verso il presente (ricordate quel “quando tutto era più semplice”?). Quindi, se è questo quello che cercate, per ricordare quando eravate più giovani o per fini storiografici, qui lo troverete di sicuro. Io, personalmente, non posso che essere dispiaciuto dal fatto che questa operazione sia stata utilizzata per guardare indietro piuttosto che avanti; fare le cose come si facevano una volta è uno dei motivi per cui la stampa videoludica ha perso sempre più di autorità presso il pubblico di giocatori, soprattutto quelli giovani. Continuare su questa strada e nello stesso fiato parlare male degli influencer lascia un po’ perplessi.

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  • Marco "Brom" Bortoluzzi

    Vive in mezzo ai monti del Trentino, brontola un sacco, però alla fine non è cattivo, sul serio. Basta che non parliate male di Borderlands in sua presenza.

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