Il giornalismo ai tempi del coleravirus

Sai qual è la differenza tra unə giornalista e unə influencer? Sembra l’inizio di una barzelletta. Un po’ lo è. Pensare che per anni si è preteso di chiamare giornalismo qualcosa che è a malapena informazione di servizio mi fa un sacco ridere. Comunque anche considerando che lə giornalista di questa storiella non è unə giornalista, c’è una differenza enorme tra ləi e unə influencer: lə giornalista ha un ruolo sociale.

Lo sentiamo ripetere tuttз tre volte al giorno, sempre se non siamo direttamente noi ad auspicare succeda. Che bello sarebbe il mondo senza influencer, persone inutili che vengono pagate dalle zaibatsu di turno per venderci cose inutili in virtù del fatto che hanno il dono della chiacchiera/del carisma/della bella presenza. Come si stava bene quando queste figure non esistevano, lasciando perdere il fatto che pure gli Imperatori dell’Impero Romano mandavano in giro per i loro territori i migliori oratori sulla piazza affinché la plebe potesse sentirsi raccontare da un tizio sgamato con le parole quanto questo Imperatore sia molto meglio del precedente. In ogni caso. Quanto sarebbe bello un mondo dove non ci sono figure preposte a dare consigli per gli acquisti. Così potrebbero farlo lз giornalistз. Ah, aspetta. Ma mica il loro ruolo sarebbe quello di cercare la verità per poi raccontarcela?

L’oggetto del contendere è un po’ questo. Back in the days se dovevi spendere 140 mila lire per un giochino – ammesso e non concesso che non ne spendessi 20mila per la versione masterizzata dal tuo negoziante di fiducia – ti rivolgevi ai professionisti dell’informazione (l’assenza di schwa non è casuale). Ad un certo punto un tizio in Svizzera s’è inventato questa cosa chiamata World Wide Web, e qualche anno dopo a fianco delle riviste di settore sono iniziati a spuntare siti e portali con la pretesa di parlare di videogiochi. Ora, qualche penna ottuagenaria spesso e volentieri flexa l’essere sopravvissuta alla transizione dalla carta stampata al Non-fungible Journalism. Che è un po’ come se un Tirannosauro Rex se la tirasse un casino per aver schivato il meteorite, salvo poi accorgersi che sono finiti i triceratopi e quindi adesso che mi mangio?

Per arrivare in edicola devi saper confezionare una rivista, per tenere aperto un sito il requisito minimo è WordPress

I problemi iniziano più o meno qui, quando da un modello per cui la gente andava in edicola e spendeva le sue sudate carte si passa ad uno in cui ti basta cliccare – sul perché si potrebbero scrivere romanzi, peraltro andando a sbugiardare i tirannosauri di cui sopra, ma è un’altra storia. La pubblicità esisteva anche prima dei banner pubblicitari, solo che è qui che diventa l’unica fonte di sostentamento di una realtà editoriale. Iniziano ad esserci sempre meno soldi e sempre più competizione, perché per arrivare in edicola devi saper confezionare una rivista, distribuirla e rientrare nei costi, per tenere aperto un sitino il requisito minimo è WordPress. In tutto questo si accorciano anche i tempi, perché prima uscivi una volta al mese in edicola, adesso siamo tutti connessi e globalizzati e vogliamo le news ogni giorno e le recensioni a scadenza embargo prima del day one. Com’è come non è, la stampa di settore diventa sempre più dipendente da chi i videogiochi li fa. Ed ecco che nel settore si inizia a vedere i propri dirimpettai come Rosa e Olindo.

Una bella metafora del giornalismo videoludico.

In tutto questo la Rete favorisce forme espressive diverse tipo i video su YouTube. La reazione, prevedibilmente, è quello di premurarsi di spiegare al proprio pubblico che chi sta su YouTube non è un professionista – nota: a spiegarlo è gente che quando ha iniziato a scrivere sulla carta stampata una professionalità se l’è dovuta inventare da zero. Fallito il tentativo si prova a cavalcare il trend, ci si inventa i personaggi redazionali, si prova insomma disperatamente a dare un’identità a realtà che per anni hanno spersonalizzato qualunque velleità autoriale tra plurali redazionali e pretese di oggettività che poco hanno da spartire con i videogiochi. In particolare con quello che i videogiochi stanno diventando. Nel frattempo saper scrivere non basta più. Devi prima cosa saper scrivere in modo che la preghiera che stai bruciando sul foglio di carta digitale trovi il consenso dell’Algoritmo Dio Tuo. In seconda battuta tocca che impari a stare davanti a una telecamera, a tenere su una live, a editare un po’ i video.

E nonostante tutto questo Cydonia fa 2000 persone su Twitch mentre tu ne fai un millino scarso contando i visitatori sul sito perché hai il player embeddato, qualche centinaio se andiamo a vedere effettivamente chi c’è in chat. Nel mentre, nominalmente, sei ancora legato al tuo ruolo sociale. Devi (dovresti) fare informazione, o almeno critica se hai capito che il giornalismo è un’altra cosa e all’interno del settore non lo puoi fare senza finire sulle blacklist dei publisher. Dovresti farla in modo indipendente, integro, senza essere in un certo senso stipendiato dalle multinazionali di cui racconti i prodotti. È una pia illusione, perché sei diventato un male necessario che le zaibatsu tollerano solo in funzione del marketing attorno ai loro giochi e delle citazioni da mettere negli accolade trailer. E infatti viene fuori che Sony firma un deal con Ringo e tu posti tutto fiero sul tuo profilo Instagram privato la foto coi biscotti e il DualSense Cosmic Red (prezzo di listino: €69,99) inviati a corredo dell’operazione di marketing, perché non sai più dire di no. O forse non vuoi, poco importa a questo punto.

E quindi la sai la differenza tra unə giornalista e unə influencer? È che lə giornalista non lə puoi più fare, perché non è sostenibile. Per cui devi scegliere se continuare con questa sceneggiata che ti mantiene rilevante agli occhi di noi pubblico non pagante oppure fare il tuo lavoro e trovartene un altro. In entrambi i casi, perché sei ancora qui?

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  • Pietro Iacullo

    Laureato con disonore in Informatica, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. Creative Director su I Love Videogames, Voce della Ribellione di Gameromancer - il podcast videoludicamente scorretto e in generale persona non gradita dalla Game Critic.