Cosa significa davvero indie?

Questa volta a far discutere, tra le tante nomination più o meno dubbie, è stata – manco a dirlo – la categoria dedicata ai videogiochi indie. Nella categoria “Best Independent Game” troviamo i seguenti: Cocoon, Dave the Diver, Dredge, Sea of Stars, Viewfinder. In particolare, è l’inserimento di Dave the Diver che ha fatto sollevare più di qualche sopracciglio (non che gli altri titoli siano meno problematici, ma ci arriviamo).

Dave the Diver è stato sviluppato da MINTROCKET, che è uno studio di sviluppo di proprietà di Nexon, publisher nippo-coreano che quest’anno prevede di fatturare circa 3 miliardi di dollari, con una capitalizzazione di mercato pari a circa 18 miliardi di dollari. Per darvi qualche metro di paragone, Ubisoft attualmente ha un market cap di 3,8 miliardi di dollari, Capcom ha una capitalizzazione pari a poco meno di 7 miliardi di dollari, mentre Bandai Namco si attesta sui 13,2 miliardi di dollari. In termini di capitalizzazione di mercato, Nexon è la decima società al mondo operante nel settore dei videogiochi, la sedicesima per ricavi, e l’ottava per profitti. Le altre tre società citate (Ubisoft, Capcom e Bandai Namco) si posizionano tutte più in basso di Nexon in ciascuna di queste categorie.

Artwork di Destiny 2 con i guardiani e un mostro gigante
Per l’anno prossimo proporrei Destiny 2 come miglior gioco indipendente.

Ora sono sicuro che nessuno si sognerebbe mai di definire videogiochi indipendenti Assassin’s Creed Mirage, il remake di Resident Evil 4 o Armored Core IV. Lo sappiamo tutti che questi titoli non sono indie dal momento che sono stati sviluppati e/o prodotti da corporazioni multimiliardarie, ma da un punto di vista prettamente finanziario lo sono sicuramente di più rispetto a Dave the Diver. Certo, i valori produttivi non sono per nulla paragonabili dal momento che quei tre sono dei “tripla A”, ma sono abbastanza certo che avere alle spalle un colosso come Nexon abbia reso la vita decisamente più facile agli sviluppatori di MINTROCKET. Certamente più facile rispetto a ciò che hanno passato gli sviluppatori di A Space for the Unbound, giusto per citare un gioco indipendente che non è stato minimamente considerato da Geoff e compari (se non in una categoria più che marginale).

Non solo Dave the Diver

Non che gli altri videogiochi in lizza per il miglior titolo indipendente siano da meno, in ogni caso. Cocoon, per esempio, ha alle spalle un publisher come Annapurna Interactive, una costola di Annapurna Pictures. Dredge è edito da Team17, un’altra compagnia quotata in borsa, sebbene infinitamente più piccola di Nexon. Viewfinder, invece, è prodotto da Thunderful Publishing, anch’essa quotata in borsa. L’unico videogioco davvero indipendente, secondo l’accezione più stretta del termine, è Sea of Stars: sviluppato, prodotto e pubblicato da Sabotage Studio, seppur ricorrendo in parte al crowdfunding su Kickstarter.

Piccola parentesi su Cocoon, inserito anche nella categoria “Best Debut Indie Game”: qualcuno dovrebbe spiegarmi com’è possibile che questo videogioco venga considerato un titolo di debutto quando il game director Jeppe Carlsen, che si è occupato anche del game design e del puzzle design, è accreditato in altri quattordici videogiochi, tra cui Limbo e Inside, di cui è stato lead level designer. Tra l’altro parte di Geometric Interactive, lo studio di sviluppo di Cocoon, è formato da ex Playdead. E poi nella medesima categoria sono presenti videogiochi davvero indipendenti come Pizza Tower e Venba, assenti nella categoria principale.

Uno screenshot di Cocoon
Gli autori di Cocoon hanno partecipato allo sviluppo di Limbo e Inside. Di certo non sono alle prime armi.

Fermi tutti, però, giacché sulla questione è intervenuto direttamente Geoff Keighley, il creatore e presentatore dei The Game Awards.

Indipendente può significare molte cose per molte persone diverse ed è un termine piuttosto ampio, no? Cioè, si potrebbe dire ‘Indipendente ha a che fare con il budget del gioco? Ha a che fare con la fonte dei finanziamenti? È basato sulla dimensione del team? C’entra lo spirito di un videogioco, cioè un gioco più piccolo che si differenzia dagli altri?’ Ognuno ha la propria opinione a riguardo, ma noi ci rimettiamo alla nostra giuria – 120 testate di tutto il mondo – che votano in questi premi e che determinano se qualcosa è indipendente o meno.

TGA’s Geoff Keighley Weighs In On Dave The Diver Nomination Controversy

Ovviamente non sono così ingenuo da aspettarmi una ferma presa di posizione da parte dell’ultimo democristiano vivente ora che Ciriaco De Mita ha tirato le cuoia, però dai, una dichiarazione del genere è davvero imbarazzante. Secondo Geoff, indie è una definizione fin troppo ampia, e posso anche essere d’accordo su questo, ma è ampia perché abbiamo permesso che diventasse tale. Abbiamo concesso ai publisher (piccoli, medi e grandi) di appropriarsi del termine indie e di far sì che diventasse un’etichetta commerciale, un vanto con cui pubblicizzare questo o quel prodotto.

Devolver Digital all'E3
Può una società quotata in borsa come Devolver Digital essere considerata indipendente?

Ricordate cosa significava in principio? Un tempo indie significava opera autoprodotta e autopubblicata al di fuori dei circuiti tradizionali di sviluppo e publishing. Pensate agli albori della rivoluzione indipendente su Xbox Live Arcade: a quei tempi gli sviluppatori potevano pubblicare da soli i loro videogiochi, senza doversi appoggiare a dei publisher che con buona probabilità avrebbero snaturato le opere in questione con le loro ingerenze. Poi quel sistema iniziò a essere applicato anche altrove, per esempio su Steam, con le dovute differenze.

Essere indie oggi

Col tempo i contorni delle opere indipendenti sono andati via via sfumandosi, prima con l’ingresso nel mercato di quelli che sarebbero poi diventati veri e propri publisher indie (Devolver Digital su tutti), e poi con i grandi publisher che hanno fiutato opportunità di guadagno e hanno cominciato a finanziare progetti più piccoli. Basti pensare a Ubisoft con i videogiochi sviluppati presso lo studio di Montpellier (From Dust, Valiant Hearts), oppure Electronic Arts con il programma EA Originals (Unravel, It Takes Two). Anche se in questo caso, pur trattandosi di produzioni minori rispetto ai classici “tripla A”, nessuno li ha mai chiamati indie. Tuttavia indie è diventato un macrogenere, più che un modello di sviluppo. Ora indie significa più qualcosa come “videogioco con la grafica carina che dura meno di un tripla A, piuttosto che opera realizzata con molti sacrifici mantenendo libertà economica e creativa.

Pizza Tower di Tour De Pizza
A perderci sono i veri videogiochi indipendenti, ai quali la maggiore esposizione mediatica non farebbe certo male.

Di certo le dichiarazioni di Geoff non aiutano nemmeno quando scarica la responsabilità sulla giuria, perché a questo punto viene da chiedersi quale sia il ruolo di Geoff Keighley e degli organizzatori dei The Game Awards, soprattutto se devono essere i giurati ad autoregolarsi. Qualcuno dovrà pur controllare cosa viene nominato, e dunque votato, oppure il ruolo di Geoff è solo quello di farsi bello davanti alle telecamere e contare i soldi degli sponsor dietro le quinte? Domanda retorica, lo so. Com’è retorica la domanda con cui voglio chiudere questo pezzo.

Riusciremo mai a riappropriarci del termine indie?

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  • Daniele “Alteridan" Dolce

    Mi piace scrivere di ciò che mi passa per la testa, prevalentemente di videogiochi. Ho una vera e propria passione per la fotografia virtuale.

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