Passano gli anni ma Blood non perde mai di fascino

Gli Anni Novanta sono da molti considerati l’era d’oro degli sparatutto in prima persona, quelli che hanno visto il genere prendere definitivamente forma e poi assurgere a vero e proprio dominatore dell’industria dei videogiochi. E dopo tutto non potrebbe che essere così, e per averne la conferma è sufficiente dare anche solo un breve sguardo ai tantissimi giochi di qualità che hanno impreziosito il genere degli FPS in quel decennio, a partire da Wolfenstein 3D e soprattutto da Doom, passando per Heretic, Hexen e Star Wars: Dark Forces, per arrivare a Duke Nukem 3D, Quake, Half-Life e Unreal Tournament.

Tra i giochi citati troviamo chi si è limitato a ereditare la formula creata da id Software provando ad affinarla o a darle un tocco personale, così come veri e proprio innovatori e rivoluzionari, che hanno invece cambiato il modo di intendere gli sparatutto in prima persona e i videogame in generale. Ma tra i nomi fatti poco fa ne manca uno piuttosto importante, che non merita di rimanere all’ombra dei giganti quanto di stare a loro fianco, e di starci pure a testa alta. Sto parlando di Blood, opera prima di quella Monolith Productions che si sarebbe fatta conoscere e apprezzare parecchio negli anni successivi grazie ad altri grandissimi FPS, come i due No One Lives Forever e F.E.A.R., ma che già al suo esordio aveva dimostrato tutto il suo talento.

Blood
F.E.A.R. è senza dubbio il gioco per cui Monolith Productions è più conosciuta, ma lo studio si era già fatto notare pure prima del suo ottimo sparatutto paranormale.

Da questa breve introduzione, qualcuno potrebbe pensare erroneamente che Blood sia un’opera poco conosciuta, ma non è esattamente così: sebbene sia indubbiamente meno famoso e meno considerato di altri sparatutto del periodo, quello di Blood è comunque un nome conosciuto e apprezzato da (quasi) tutti gli appassionati del genere, per tanti buoni motivi.

Insieme ai colleghi Duke Nukem 3D e Shadow Warrior, compone quella che alcuni fan indicano scherzosamente come sacra trinità di giochi basati sul Build Engine, il motore di gioco popolarizzato dal Duca nel 1996 e che ha fatto da base ad altri FPS più o meno famosi del periodo, tra cui Witchaven, Redneck Rampage e il recente (e ottimo) Ion Fury. In molti casi (almeno in quelli più riusciti), si tratta di giochi che hanno preso ispirazione dalla formula inaugurata da Doom per arricchirla con una rinnovata enfasi sull’interattività ambientale, permettendo ai giocatori di compiere numerose azioni contestuali e di raggiungere un grado di distruzione fino a quel momento mai visto prima; tutto ciò puntando su un level design ancora più elaborato, con mappe tendenzialmente più grandi e complesse. Blood prosegue in questa tradizione, e la porta avanti con più abilità di quanto non abbiano fatto i suoi più celebri colleghi.

Blood
Potremmo entrare nell’edificio dall’ingresso principale, oppure tentare un’entrata diversa.

I livelli sono infatti ampi e caratterizzati da una struttura piuttosto aperta, in cui la via da seguire non è sempre e per forza una sola e in cui l’esplorazione è incoraggiata da una grande quantità di segreti e utili ricompense da raccogliere. Un approccio che è evidente fin dall’area iniziale, in cui è possibile seguire il percorso più ovvio, entrare nel mausoleo dalla porta principale e affrontare numerosi cultisti da una posizione non molto vantaggiosa, oppure — con un po’ di creatività in più — usare i cancelli e le sporgenze all’infuori dell’edificio per saltare direttamente al piano superiore e sorprendere i nemici dall’alto. Situazioni del genere non sono comuni solo nell’area iniziale, ma ricorrono per tutti e quattro gli episodi che compongono l’avventura. La filosofia è, insomma, la stessa di Duke Nukem 3D e il level design di Blood non ha nulla da invidiare alla produzione 3D Realms.

Ovviamente il primo elemento di distinzione fra i due FPS risiede nell’ambientazione e nell’atmosfera che da essa scaturisce: se il Duca rendeva omaggio ai grandi blockbuster d’azione hollywoodiani, l’opera di Monolith Productions e il suo protagonista Caleb (doppiato magnificamente da Stephan Weyte) guardano invece al cinema dell’orrore; una delle influenze più evidenti è senz’altro quella della trilogia de La Casa (Evil Dead in originale), alla quale le citazioni si sprecano.

L’atmosfera a tinte cupe è senz’altro uno dei tratti caratteristici di Blood, nonché uno dei suoi elementi di maggior fascino, che contribuisce a coinvolgere e immergere con grande efficacia il giocatore in scenari tipici dell’immaginario horror, pur potendo contare anche su una buonissima varietà. Se prima ho citato La Casa, uno dei livelli più belli e memorabili richiama in maniera palese il film Shining, di Kubrick.

Blood
Here’s Johnny!

L’ambientazione e il level design sono dunque due dei pregi principali dello sparatutto targato Monolith, ma il loro fascino non sarebbe sufficiente — da solo — a decretare il successo di un FPS e anzi risulterebbe sprecato se non accompagnato da un gameplay ben realizzato e capace di divertire per tutta la durata dell’avventura. Per fortuna, anche da questo punto di vista il lavoro degli sviluppatori è stato ottimo, anche se non mancano alcune sbavature.

Fra i fiori all’occhiello del gameplay troviamo indubbiamente la rapidità e agilità del protagonista, che permette di muoversi a grandi falcate per la mappa e schivare proiettili in relativa sicurezza. Anche senza tener premuto il tasto per scattare, i movimenti di base sono piuttosto veloci ma la manovrabilità del protagonista resta sempre più che buona e anche solo il semplice atto di percorrere i numerosi livelli di gioco può riservare soddisfazioni.

Più importante è però il feeling dato dalle armi e da tutto ciò che va a confluire nel gunplay: pur difettando della visceralità di un Quake, le sparatorie di Blood sanno comunque intrattenere più che adeguatamente. Merito soprattutto di un arsenale vasto, vario e decisamente originale, che non si limita al compitino fornendo al nostro alter-ego una dotazione standard ma donandogli armi uniche, diverse da quelle di ogni altro FPS e particolarmente appropriate nel contesto di gioco.

Blood
Con il nostro “spray” possiamo dar fuoco a ogni nemico nei paraggi.

Dunque, al posto delle granate abbiamo dei candelotti di dinamite, al posto di una pistola normale ne abbiamo una che spara razzi di segnalazione, al posto di una spada o dei pugni abbiamo un forcone, invece di un lanciamissili abbiamo un’arma che spara palle di napalm, come arma ad alto rateo di fuoco troviamo un Tommy Gun… a queste si aggiungono uno spray che, combinato a un accendino, permette di incendiare ogni nemico nei paraggi, il devastante cannone tesla con le sue letali scariche di energia, una bambola voodoo con cui infilzare ogni nostro avversario e l’immancabile fucile a canne mozze, lo strumento di morte più tradizionale tra quelli dell’arsenale di Blood, ma per fortuna anche uno di quelli più soddisfacenti e divertenti da usare.

Ognuna delle armi descritte possiede una modalità di fuoco secondaria, sbloccando altre funzionalità e rendendo il nostro armamentario ancora più vario e impressionante. Il fucile a canne mozze può per esempio sparare con entrambe le canne in contemporanea, risultando ancora più devastante.

Blood
Un napalm launcher è già estremamente potente, figuriamoci due.

Un arsenale così ricco, con armi che in alcuni casi sembrano quasi eccessive nel loro potenziale offensivo, potrebbe dare l’impressione che Blood sia una passeggiata di salute; niente di più lontano dalla realtà, perché l’FPS di Monolith propone una sfida intensa, a tratti brutale, in alcune occasioni pure per i motivi sbagliati. Fin dal primissimo livello, Blood rende le sue intenzioni molto chiare e non è così difficile morire già contro i primi nemici.

Gli avversari che affrontiamo sono numerosi e riempiono ogni mappa nella quale ci troviamo: ci sono tante tipologie diverse di nemici a ostacolare il nostro cammino, dai semplici zombie che non sanno fare molto se non avvicinarsi per colpirci in mischia, fino a gargoyle volanti, ragni velenosi e/o giganti, fantasmi, spiriti ed esseri posseduti vari. Purtroppo però la tipologia più comune è anche quella più fastidiosa: i cultisti, che abbondano praticamente in ogni area e che usano armi hitscan, diventando così nemici pericolosissimi, capaci di eliminarci senza pietà anche da una certa distanza grazie alla loro mira pressoché infallibile. Sono fragili quanto letali e schivare i loro colpi è quasi impossibile, caratteristiche che li rendono i primi bersagli da eliminare… e purtroppo sono onnipresenti, rendendo la sfida a tratti troppo severa e costringendo a usare con una certa facilità i tasti F5 e F9. Se fossero stati ridotti in numero l’esperienza sarebbe risultata senz’altro più fluida e godibile.

Blood
I cultisti sono i nemici più comuni. I loro dialoghi costanti contribuiscono all’atmosfera, peccato solo che siano dei fastidiosissimi hitscanner.

C’è anche da dire che qualche altro nemico ogni tanto mostra i limiti della propria IA, in particolare i nemici volanti che a volte iniziano a zigzagare nel cielo in in modo erratico ma senza per questo creare particolari problemi.

Questi difetti vengono esacerbati se deciderete, come ho fatto io (e col senno di poi probabilmente è stato un errore), di giocare l’opera di Monolith alla penultima difficoltà, appena un gradino sotto alla massima (quella lasciatela proprio stare): Well Done. Meglio invece scegliere la difficoltà mediana, Lightly Broiled, che offre un buonissimo livello di sfida ma riduce nettamente le frustrazioni e rende gli hitscanner molto meno fastidiosi; a Well Done hanno riflessi degni di un superuomo e sparano spesso appena il giocatore entra nel loro cono visivo, non dando neanche una frazione di secondo per reagire, mentre a Lightly Broiled hanno riflessi sempre rapidi ma a cui è per lo meno possibile rispondere.

L’eccessiva facilità con cui i designer di Blood si appoggiano agli hitscanner nemici è comunque l’unico vero difetto che posso imputare al gioco. Il level design è ottimo, l’arsenale è uno dei più impressionati che si siano visti in uno sparatutto, il gunplay è assolutamente soddisfacente, le atmosfere sono impeccabili e pescano con abilità da numerosi tropi dell’immaginario horror, le musiche sono spesso altrettanto buone e pure la storia, pur rimanendo sullo sfondo e senza essere molto elaborata, è più interessante rispetto a moltissimi FPS suoi contemporanei.

Insomma, al netto di alcuni difetti (più che altro uno), Blood è un grandissimo sparatutto che può tranquillamente posizionarsi al fianco di altri grandissimi nomi che hanno contrassegnato uno dei decenni più importanti per il genere e per l’industria tutta. Se non siete spaventati dalla sua brutalità a tratti esagerata o da una formula che rimane ancorata a uno stile vecchio di oltre vent’anni (ma comunque ancora capace di regalare ore e ore di divertimento), il mio consiglio non può essere altro che questo: dategli una possibilità.

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  • Stefano "Revan" Castagnola

    Si è innamorato dei giochi di ruolo esplorando la Costa della Spada tra l’Amn e Baldur’s Gate, ma non disdegna anche altri generi di avventure.

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